Non dico che in questa faccenda non ho colpe, resto infatti uno che non si strappa le vesti per “difendere la lingua italiana”. Per me la lingua è uno strumento e si deve piegare al suo fine, quello di trasportare un contenuto.

Quando infatti in una comunità si sviluppano “dialetti locali”, certo non mi viene la pelle d’oca (vedi le infinità di acronimi delle chat). E nemmeno mi punisco con dei giorni di digiuno se mi capita di usare un termine in inglese quando avrei potuto usarlo in italiano, all right? 🙂

Il bello è che immancabilmente arriva il tipo particolarmente affezionato all’uso corretto e non sopporta chi scrive in modo diverso. Digiti cmq invece di comunque, o usi la x invece di per e ti danno dell’adolescente, ma anche dell’ignorante se gli girano.

La cosa fa sorridere perché, avendo io 30 anni, conosco queste abbreviazioni dai tempi degli SMS. Lì avevi la necessità di rientrare nei famosi 140 caratteri e, per risparmiare il secondo messaggio, stringevi.

Poi i messaggi sono diventati abbastanza economici da non preoccuparti più della lunghezza, però rimaneva scomodo usare le tastiere ITU e risparmiare lettere significava risparmiare tempo.

Mentre gli adolescenti di oggi scrivono in maniera più estesa grazie alle tastiere software degli smartphone.

Il caso della K a sorpresa

Tutto questo per dire che me ne stavo sulla strada per andare a visitare gli scavi di Aquino  quando vedo l’insegna dell’agriturismo Kelle Terre, i neuroni sono partiti: era un errore? un modo per scrivere “chelle terre” in dialetto? un modo per risparmiare sull’insegna? c’era qualcosa di più?

L’arcano è subito svelato e mostra uno dei primi utilizzi della K invece di ch/qu in lingua italiana. Più correttamente, parliamo della versione beta della lingua italiana :-), il volgare italiano. A testimonianza che il dubbio esisteva anche tra i primi praticanti della lingua, vi lascio la spiegazione più autorevole delle Crusca.

Quindi al prossimo rompicoglioni ke vi infastidisce a riguardo, spiegate ke scrivete così perkè volete ribadire un’antico uso.

Kelle terre

La faccenda di Kelle Terre merita una menzione anche perché è abbastanza curiosa al di là dell’aspetto linguistico. Infatti a quasi mille anni dalla nascita di Cristo si venne a creare una disputa tra il Monastero di Montecassino e un feudatario del posto (tale Rodelgrimo d’Aquino), su chi appunto possedesse Quelle Terre – nella zona di Acquino (FR).

Il Monastero era stato distrutto per la seconda volta dai Saraceni e le terre abbandonate, quando i monaci tornarono vollero riprendere possesso delle legittime proprietà e questo fu relativamente facile con i contadini e i piccoli proprietari. Rodelgrimo era invece un feudatario e oppose resistenza legale portando delle mappe in aula.

La cosa incredibile è che ci saranno 15 km di distanza tra l’Abbazia e questo posto, pensate quanto era esteso il potere dei benedettini all’epoca.

Quindi vennero ascoltati tre testimoni e la testimonianza venne letta prima dal giudice Arechisi e poi fatta recitare a tutti i tre testimoni (ecco perchè quattro frasi):

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti

Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai, Pergoaldi foro, que ki contene, et trenta anni le possette.

Kella terra, per kelle fini que bobe mostrai, sancte Marie è, et trenta anni la posset parte sancte Marie

Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe mostrai, trenta anni le possette parte sancte Marie

I testimoni erano due chierici e un notaio, avrebbero potuto benissimo usare il latino, optarono invece per l’italiano così da rendere più comprensibile a tutti il contenuto.

Con questo uso sbarazzino delle kappa, venne sancita la ragione dei monaci su quella disputa e a noi amanti della scrittura rapida una scusa perenne. LOL

PS

È importante ricordare che, qualunque scusa o giustificazione è nel nostro interesse apporre, usare questo linguaggio nelle comunicazioni formali ci fa in tutti i casi fare una figura barbina. Dunque sappiate spegnere l’abbreviatore automatico sulle vostre dita quando serve.

Se passate per Capua, nella piazza Medaglie d’Oro, troverete questa iscrizione. La curiosità è che è stata scelta proprio quella testimonianza delle quattro riportata con un refuso “kelli fini” al posto di “kelle fini”.

Perchè un SMS è lungo al massimo 160 caratteri?

Le comunicazioni a mezzo cartoline e telex erano mediamente di quella lunghezza in più si aveva la necessità di economizzare il traffico dati perché le reti non erano poi così generose. Il bello è che ad un certo punto si rischiò pure che venissero imposti i 130 caratteri come limite.

Secondo me dobbiamo ringraziare il fatto che fu un tedesco, Friedhelm Hillebrand, ad inventare gli SMS per come li conosciamo. Fosse stato un americano, li avremmo avuti di 40 caratteri. 🙂

Il caro Hillebrand ha anche il merito di aver pubblicato un libro sulla storia del GSM e UMTS con un prezzo di copertina di appena 303$

Qui una simpatica intervista.